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Perché alcuni pazienti interrompono il percorso psicologico o psicoterapeutico?

Intervista ad Adriana Pelliccia a cura di Alessandra Catania

Alcuni pazienti decidono di interrompere il percorso senza concordarlo con il terapeuta. Per quali ragioni, secondo lei?

E’ necessario distinguere tra pazienti che spariscono dopo i primi colloqui e pazienti che sono già in terapia da parecchio tempo.

In base alla mia esperienza, se un paziente non richiama dopo i primi colloqui generalmente è perché non si è sentito capito. Magari il terapeuta non è entrato in empatia, portando il paziente a pensare che il suo problema non è stato in alcun modo individuato e compreso. Ma dipende anche dall’organizzazione di personalità del paziente: ci sono infatti pazienti che si affidano facilmente e altri che invece si affidano poco o che prima hanno bisogno di conoscerti, di esplorarti. Ci sono poi i pazienti che si deludono subito oppure quelli che pensano che non sei la persona giusta.Diverso è il caso dei pazienti che vanno via dopo aver già fatto un pezzo di terapia: in questo caso le ragioni possono essere diverse. In questo periodomi capitano ad esempio pazienti che non possono più permetterselo economicamente. Alcuni te lo dicono chiaramente, altri semplicemente non si fanno più sentire e spariscono senza dirti nulla, magari per vergogna. Poi ci sono quelli chehanno paura: non si sentono pronti ad affrontare un lavoro su di sé e decidono di non continuare.

Ma, sempre, quello che a mio avviso fa la differenza è la relazione terapeutica: se si riesce a instaurare una relazione sufficientemente buona il paziente non interrompe il percorso.

Il tipo di orientamento del terapeuta può incidere in qualche modo sulla decisione del paziente di interrompere il percorso?

Io sono convinta di no. Negli anni ho avuto pazienti che avevano già fatto altri percorsi con colleghi di altri orientamenti, ad esempio psicoanalitici o comportamentali, e quello che lamentavano era la passività del terapeuta oppure la scarsa empatia. Ma questo non significa che alcune terapie siano migliori di altre, semplicemente alcune sono più adatte a una tipologia di pazienti piuttosto che a un’altra. Ad esempio pensando alle terapie cognitivo-comportamentali pure o alle terapie gestaltiche, mi viene in mente il paziente ossessivo… Ecco, queste sono terapie che vanno benissimo per lui ma sono meno indicate per un paziente depresso, perché il paziente depresso ha bisogno di sentirsi coinvolto nella relazione. Oppure, per le terapie psicoanalitiche, i pazienti lamentano un po’ la passività del terapeuta. Un paziente mi diceva: “Sì, io però parlavo e la dottoressa stava zitta”, nel senso che il terapeuta ascoltava senza intervenire, ma d’altra parte si tratta proprio di percorsi incentrati sull’ascolto e sull’interpretazione.

Ma personalmente rimango convinta del fatto che è la relazione terapeutica che cura, indipendentemente dall’orientamento. Quello che fa la differenza è il terapeuta, con la sua capacità di stare in relazione con il paziente, di farlo sentire capito e accolto. In fondo, i pazienti ci scelgono per questo, non per il nostro percorso professionale e formativo. Ci scelgono perché in qualche modo gli piacciamo, come d’altronde a noi piacciono loro. Siamo esseri umani e anche a noi ci sono pazienti che piacciono di più e pazienti che piacciono di meno. Con quelli che ci piacciono di più probabilmente riusciamo a instaurare delle relazioni terapeutiche migliori.

La relazione si crea già nelle prime sedute?

Assolutamente si. Già dalle prime sedute terapeuta e paziente si agganciano o no. Poi il terapeuta potrà anche commettere degli errori, per carità!, ad esempio se il paziente ha un’organizzazione di personalità fobica e il terapeuta prospetta un tempo eccessivamente lungo da trascorrere in terapia, è alta la probabilità che il paziente la volta successiva non venga più perché si sente soffocato dall’idea di stare in terapia per anni, no?

Prima parlava anche di problematiche economiche che possono causare l’interruzione del percorso. E’ un problema che in questo momento si sente maggiormente o c’è sempre stato?

In questi casi si tratta spesso di rotture terapeutiche concordate. Certamente in questo periodo l’aspetto economico è un aspetto significativo. Molti colleghi si trovano a dover contrattare il prezzo perché c’è tanta gente che ha bisogno di una terapia, i servizi pubblici non prevedono più questo tipo di intervento emolti pazienti nonhanno i soldi per permettersi un percorso nel privato.Per un terapeuta, quando un paziente comunica che deve smettere per motivi economici diventa centrale il tipo di relazione che c’è e il modo in cui ciascun professionista ritiene sia etico comportarsi. Io ho una paziente che vedo da tanti anni e che adesso non può più pagarmi. Le ho detto che non mi importa, che per me la cosa importante è che lei venga e che si vada avanti, dopodiché c’è il paziente che accetta e c’è il paziente che non riesce ad accettare una cosa del genere.

Capita che i pazienti che “spariscono” tornino in terapia in un secondo momento?

A volte sì. Se c’è una buona relazione terapeutica e se la sparizione consegue a un errore del terapeuta, iterapeuti sono spesso perdonati. Il paziente torna per dirti il motivo per cui se n’è andato: che l’hai deluso, che è arrabbiato con te,e allora questa diventa un’occasione buona per parlare della relazione, per capire cosa è successo, per andare avanti insieme.Quando non tornano è perché probabilmente non l’hanno perdonata, o sono stati talmente delusi che non si sentono neanche di telefonarti e dirti “Guardi, per me così non va bene”.

 

 

adriana pelliccia

Adriana Pelliccia,psicologa e psicoterapeuta,è Direttore Didattico della Scuola di psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Como e Torino. Didatta SITCC e docente nelle scuole di psicoterapia Cognitiva di Como e Torino. Didatta responsabile della formazione nel corso residenziale della scuola di psicoterapia Cognitiva di Como.Ha pubblicato alcuni articoli nel "Manuale di psicoterapia cognitiva " a cura di B. Bara,vol 1 e 2,edito da Boringhieri.