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"La ricreazione è finita": intervista a Roger Abravanel

A cura di Flavia Bruno

Partirei dalla bellissima dedica “Ai nostri figli, augurandoci che scelgano il proprio futuro guidati dalle loro passioni più che dal nostro affetto” che apre il suo libro e introduce alla premessa che non è solo per colpa della crisi che le nuove generazioni non trovano lavoro. Affermazione che restituisce ai ragazzi e alle ragazze di oggi la dignità di poter determinare il proprio futuro, a patto che si emancipino da quei “falsi miti”, falsamente rassicuranti, che rischiano di condannarli ad un destino da disoccupati.

Non è vero che i ragazzi non trovano lavoro per colpa della crisi. Questo è uno dei falsi miti. Sono 15 anni che in Italia il rapporto tra disoccupati giovani, e disoccupati totali è il più alto del mondo sviluppato. Per ogni disoccupato ce ne sono tre giovani, tra i 18 e i 21 anni. L’Italia ha anche una percentuale elevatissima di NEET, ovvero ragazzi i quali né studiano né sono impegnati nella ricerca di una occupazione. Questo in parte perché la scuola non li prepara a saper lavorare.

I datori di lavoro italiani sono i più scontenti d’Europa della formazione dei giovani. I ragazzi stessi si percepiscono malpreparati. Al contrario il 70% dei docenti ritiene che la scuola formi adeguatamente, dimostrando di non conoscere quali sono le esigenze del mondo produttivo attuale. Per trovare lavoro è innanzitutto necessario che un ragazzo impari a pensare con la propria testa. In questo i giovani non sono aiutati neanche dalla famiglia. Ho intitolato un capitolo del mio libro "la famiglia fabbrica di disoccupati" proprio perché certe convinzioni trasmesse da padre in figlio sono un’altra causa della difficoltà dei ragazzi italiani ad entrare nel mondo del lavoro. Una di queste è che le scelte dei genitori debbano andare automaticamente bene per i figli. Con il risultato di ragazzi forzati, da genitori laureati, a frequentare l’università, che poi abbandonano, o di studenti capaci i quali invece rinunciano a proseguire gli studi perché appartenenti a famiglie di non laureati. Quest’ultimo è un fenomeno meno evidente ma con conseguenze sociali ancora più gravi, in termine di spreco di talenti.

Un altro falso mito è che prima si studia e poi si lavora, o che è meglio metterci più tempo ma ottenere il massimo dei voti. Da noi manca la consapevolezza che è fondamentale iniziare presto a lavorare. Al datore di lavoro interessa più il tempo, del voto, ed apprezza maggiormente un ragazzo che nel corso degli studi ha fatto esperienze lavorative o volontariato piuttosto che un’altro che ha solo studiato, anche se con voti altissimi.

La capacità di pensare con la propria testa fa parte delle soft skills, a cui dedica ampio spazio nel suo testo, ovvero quelle competenze, non apprese sui libri, di cui la nuova generazione deve disporre per potersi inserire con successo nella attuale realtà lavorativa.

Oggi chi assume vuole persone responsabili , dotate di spirito critico, capaci di decidere senza avere bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare. Ognuno deve essere capo di se stesso, questa è l’essenza dell’etica del lavoro nel mondo attuale. Nel secolo scorso c’erano poche persone che pensavano e molte che eseguivano. Un buon lavoratore era tale se svolgeva la propria mansione con precisione e faceva poche assenze. Oggi ,dove il 70% del lavoro è fatto di servizi, sono ricercate altre capacità come quelle di risolvere problemi concreti, lavorare in team, saper comunicare, fare domande. Al proposito c’e’ un bellissimo concetto, elaborato dai finlandesi, che è quello della T. Il mondo del lavoro funziona come un’orchestra di jazz dove ognuno improvvisa, senza spartito né direttore. Il lato verticale della T è la competenza specifica individuale, il sapere tradizionale (suonare il piano, avere studiato ingegneria..), il lato orizzontale rappresenta invece questa capacità di lavorare in team.

Il mondo del lavoro richiede anche spirito di iniziativa. Per avere iniziativa bisogna saper rischiare e accettare di sbagliare. I datori di lavoro in realtà apprezzano chi ha fallito e poi si è ripreso perché sbagliare rende maggiormente consapevoli e anche più sicuri di se’. I ragazzi nella loro formazione devono imparare ad riconoscere i benefici dei fallimenti.

Chiuderei parlando di ciò che gli adulti, genitori ed insegnanti possono fare affinché i ragazzi in formazione acquisiscano le soft skills.

Ci sono delle Università che hanno istituito dei corsi di soft skills. E’ un’assurdità. Gli accademici non capiscono che la questione non è quello che si insegna ma come lo si insegna. Ad esempio, un insegnante che organizza un dibattito su un artista permette ai suoi studenti di imparare sia la storia dell’arte, sia la capacità di comunicare e di misurarsi all’interno di un gruppo di lavoro.

Le soft skills le si impara aprendosi a situazioni diverse da quelle del proprio ambito familiare e quotidiano, confrontandosi con gli altri. I genitori possono aiutare i figli favorendoli nella ricerca delle loro passioni, non trasmettendo le proprie. Dopo avere scritto il libro ho tenuto più di 40 conferenze in giro per l’Italia. Ho visto tanti ragazzi, spesso confusi, ma raramente fannulloni. La domanda più bella che mi sono sentito tante volte fare e’ : "come possiamo scoprire le nostre passioni?". Non c’e’ una ricetta. Dalla fine delle elementari i ragazzi dovrebbero incominciare a fare più esperienze possibili, a misurarsi in situazioni diverse e nuove. Chi ha la fortuna di potere fare dei periodi di studio all’estero deve andare pensando che non viaggia solo per imparare l’inglese ma per conoscere. E’ solo sperimentando situazioni differenti che i giovani possono capire quello che a loro piace davvero. Scegliere un corso di studio per passione, e non per opportunità, renderà più capaci e quindi più competitivi.

Nel mio libro riporto storie bellissime di ragazzi i quali, pur non provenendo da famiglie agiate, hanno con determinazione seguito le proprie ambizioni e hanno avuto successo. I giovani devono imparare a osare di piu’. Oggi si parla e si scrive tanto di "fuga dei cervelli", termine che non mi piace per niente. Viaggiare per studiare o lavorare è un’opportunità. E’ cambiata la percezione dei confini e la nuova generazione cresce, o dovrebbe crescere, sentendosi cittadina del mondo.

roger abravanel

Roger Abravanel

È director emeritus di McKinsey e consigliere di amministrazione di aziende italiane e internazionali. E’ autore di Meritocrazia (2008) e, con Luca D’Agnese, di Regole (2010), Italia, cresci o esci (2012) e nel 2016 La ricreazione è finita edito da Best Bur.

 

 

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Quali sono le principali realtà pubbliche a cui le persone possono rivolgersi per richiedere un colloquio psicologico (consultori, ospedali, etc.)?