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DentroUnQuadro Intervista a Elena Ariosto su #psicologia #alimentazione #peso #disagio //www.dentrounquadro.it/interviste/intervista-a-elena-ariosto

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Perché il ricorso agli psicofarmaci spesso non è sufficiente da solo a risolvere il problema psicologico?

Intervista a Roberto Urizzi a cura di Diana Scubla

Cos'è uno psicofarmaco e quando si assume?

E’ un farmaco che agisce sul cervello. Si conosce ancora poco del funzionamento del cervello, ma si è scoperto che alcune sostanze riescono ad agire su patologie psichiatriche principali come il disturbo depressivo, il disturbo bipolare, le schizofrenie, ma anche su condizioni ansiogene. Ovvio che gli psicofarmaci possano essere prescritti anche in assenza di diagnosi psichiatrica conclamata, a fronte di forme di malessere psicologico anche temporaneo, ma di certo la loro assunzione è d’obbligo quando i disturbi compromettono significativamente la propria qualità di vita e quando sono presenti ad esempio eccessiva aggressività e una difficoltà alla comprensione e alla comunicazione. In questi casi, infatti, si hanno ricadute negative sulla socialità e sulla possibilità di costruzione di un percorso terapeutico che è però ineliminabile se si vogliono nel tempo instillare forme di cambiamento profondo nel paziente con progressiva riduzione di ricadute nel sintomo.

Però l’assunzione di psicofarmaci rappresenta ancora uno stigma sociale…

Bisogna sfatare lo stigma nei confronti degli psicofarmaci. Normalmente di fronte ai farmaci generali non ci si pone tante domande, mentre di fronte all’assunzione di psicofarmaci sorgono perplessità e si teme di perdere la propria integrità, di subire effetti incontrollabili, quali la cancellazione di comportamenti, il dormire molto e non essere coscienti, etc. In realtà gli psicofarmaci, soprattutto quelli più recenti sono meno dannosi e producono minori effetti collaterali di altri farmaci assunti dalle persone con maggiore tranquillità. Inoltre, all’interno delle categorie neurofarmacologiche, bisogna distinguere la categoria dei farmaci sintomatici, dalla categoria di farmaci anche curativi, come gli antidepressivi, ad esempio gli SSRI1 di comune uso, la cui assunzione va ad integrare una carenza di serotonina. Questi farmaci determinano un aumento del neurotrasmettitore in circolo e nel tempo portano il soggetto ad un miglioramento, se non alla guarigione.
Bisogna altresì sfatare il mito che i professionisti neuro-farmacologi e psichiatri prescrivano farmaci senza cognizione di causa: un professionista prescriverà una terapia farmacologica solo quando necessaria, non lo farà quando riterrà altri percorsi terapeutici più utili al caso. Ad esempio le varie terapie biologiche – si pensi all’elettroshock - utilizzate sconsideratamente nel secolo scorso, oggi vengono attuate solo in casi rarissimi e per particolari patologie gravissime. Usualmente si cerca di somministrare psicofarmaci solo se necessario e sempre avendo cura di minimizzare gli effetti collaterali, proprio per non ledere il paziente nella sua unità e unicità psicofisica e per garantirgli una qualità di vita soddisfacente ed un percorso, nel tempo, verso la guarigione.

Psicofarmaco e psicoterapia sono reciprocamente sostituibili?

In nessun caso lo psicofarmaco può sostituire un percorso psicoterapeutico, ma al contempo, soprattutto di fronte a certe tipologie di malessere (intendo qui le patologie psichiatriche conclamate) il percorso psicoterapeutico da solo è insufficiente. La ricerca evidenzia, già a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, che l’assunzione dello psicofarmaco accompagnata da un percorso psicoterapeutico, amplifica enormemente il risultato che ciascuno dei singoli interventi produrrebbe da solo. Ad esempio, per la riduzione dell’ansia si può intervenire solamente con la somministrazione di uno psicofarmaco o solo con una psicoterapia. Qui entrano in gioco modelli di diagnosi diversi: alcuni psichiatri e alcuni psicoterapeuti tendono a operare secondo approcci all’interno dei quali la propria forma di intervento viene intesa come esclusiva e unica. Ma la ricerca dimostra da anni che i benefici di un approccio integrato – dove psicofarmaco e psicoterapia sono complementari e non sostituibili, perché non fanno la stessa cosa! - sono di gran lunga maggiori.
Il farmaco agisce direttamente sui processi di comunicazione intercerebrale ma non sui contenuti ed è per questo che non può sostituire la psicoterapia, che per converso lavora su questi ultimi, mettendo il paziente nelle condizioni di cercare e di trovare le sue risposte al suo malessere, all’interno della sua storia e del suo modo di interpretare e significare se stesso e gli accadimenti della sua vita. E queste sono risposte che lui stesso costruisce, il farmaco non c’entra nulla.

 

[1] Selective Serotonin Reuptake Inhibitors - inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina: impedendo la normale ricaptazione ed eliminazione fisiologica della serotonina, sono in grado di contrastare l'eventuale deficit di questo neurotrasmettitore, riequilibrando, dal punto di vista strettamente organico, i disturbi generati dalla sua eventuale carenza.


 

fabio moser

Roberto Urizzi, psichiatra, tossicologo e psicoterapeuta. Ha esercitato la professione di medico ospedaliero fino al 2009, in qualità di responsabile dei Servizi Tossicodipendenze e Centro di Salute Mentale.
Attualmente esercita a Udine come libero professionista. Si interessa prevalentemente delle psicopatologie psichiatriche e della loro cura sia sotto il profilo farmacologico sia psicoterapeutico.
Svolge attività di docente di diagnostica psichiatrica e psicopatologia in diversi corsi di perfezionamento per medici operatori del settore, seguendo inoltre progetti formativi nelle scuole e nell’ambito della Pubblica Amministrazione. Ha collaborato con il CNR – Centro Nazionale Ricerche - per la creazione e la realizzazione di progetti di prevenzione e riorganizzazione di specifici settori sociosanitari.

 

 

In psicoterapia si cerca di creare una situazione dove il paziente sia messo  “in sicurezza” nella condizione di esplorare e conoscere il proprio personale modo emotivo e cognitivo di costruire e dare significato alla propria esperienza. Quando dico “in sicurezza” intendo che da un lato il paziente mantiene completamente la responsabilità e la libertà sulle dinamiche e le scelte che riguardano la propria vita, dall’altro il terapeuta si assume la responsabilità di offrire un luogo dove le emozioni e i pensieri possano essere osservati con il massimo grado di libertà, non venendo né giudicati né agiti, ma esplorati e ricondotti al senso e al significato che hanno per il paziente, con riferimento alla sua storia e a quello che gli accade nel momento presente.

Oggetto di questa esplorazione potranno essere molte cose: la sintomatologia riportata, le situazioni di vita del paziente, le sue dinamiche relazionali, le sue fantasie, la sua storia… Ma anche le emozioni e le situazioni affettive che si andranno a presentare proprio nella relazione tra terapeuta e paziente, qualsiasi esse siano. Anche queste andranno ricondotte alla stessa logica di esplorazione e di attribuzione di senso.

Quando un percorso terapeutico è ben costruito, trattandosi comunque di un incontro tra due persone che  passano molto tempo assieme costruendo momenti intensi di confidenza e condivisione,  potranno attivarsi molte emozioni che riguardano tutto lo spettro relazionale. E' possibile  dunque che il paziente si trovi a sperimentare lungo l'arco della terapia numerose situazione emozionali ed affettive, che spesso cambiano nel tempo a seconda della fase di evoluzione della terapia. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE