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La psicoterapia nel pubblico

Intervista a Marco Riva a cura di Edoardo Pessina

Quali sono le principali realtà pubbliche a cui le persone possono rivolgersi per richiedere un colloquio psicologico (consultori, ospedali, etc.)?

Nel pubblico non ci sono molte possibilità di psicoterapia in senso stretto, cioè di percorsi psicoterapeutici di una durata adeguata alle esigenze del paziente, che potrebbero durare anche alcuni anni. Centri che siano in grado di offrire una terapia per il tempo necessario al paziente sono rarissimi. Per esempio a Milano c'è un centro che ha una capacità di rispondere alle esigente dei pazienti molto limitata, che è al Niguarda, alla Clinica Psichiatrica Universitaria. Poi ci sono le strutture pubbliche che sul piano teorico dovrebbero essere deputate a dare una risposta psicoterapeutica e sono i centri psicosociali, a Milano sono veti, che sono formati da equipe composte da psichiatri, psicologi, infermieri e assistenti sociali. L'utenza che si rivolge in questi posti è un'utenza di solito grave e molto numerosa, quindi le figure prevalentemente presenti in questi posti sono quelle psichiatriche e quelle infermieristiche, nonostante sulla carta sia prevista dalla legge, comunque, la figura dello psicologo o dello psicoterapeuta. A volte, può capitare che lo psicologo non sia presente, o che sia presente, ma così oberato di lavoro che non può offrire la psicoterapia a lungo termine. Ci sono casi abbastanza eccezionali dove l'equipe è al completo, e quindi la figura dello psicologo esiste e in questi casi vengono offerte delle psicoterapie.

Ciò detto esistono altri posti un pò nascenti, come quello in cui lavoro, che credo sia stato il primo. Mi riferisco al centro per la terapia dell'ansia e della depressione dell'Ospedale Fatebenefratelli di Milano, che fa un'offerta anche psicoterapeutica a pazienti affetti da depressione, ansia, attacchi di panico, etc. E quindi un'offerta non solo farmacologica, ma anche psicoterapeutica. E' una psicoterapia breve, ma esiste, esiste da molti anni. Progettualmente, di qui a non molto tempo, apriremo anche uno sportello esclusivamente di psicoterapia, breve, ma dalla durata più importante di quella attuale, che è di otto incontri, saranno di più, ma non sarà certo una psicoterapia di anni, questo al momento nel pubblico non è possibile.

Nel pubblico, quando è possibile parlare di psicoterapia e quando no?

Una volta avrei saputo rispondere a questa domanda; adesso non sono più in grado, nel senso che certamente, in senso stretto una psicoterapia è fatta innanzitutto da un setting, quindi da una porta che si chiude, da una privatezza del colloquio, da una durata del colloquio, etc. Un colloquio di un minuto non rientra in uno standard psicoterapeutico, ma deve essere del tempo necessario per una psicoterapia, tradizionalmente di almeno 45 minuti. Allora mi domando quanto 8 colloqui possano essere intesi psicoterapia, perché un tempo, per gli approcci psicodinamici, difficilmente si sarebbe potuto parlare di psicoterapia per percorsi così brevi. Oggi, però, io penso che la psicoterapia si possa dire tale quando è centrata sul paziente. Mi ricordo una articolo di Facchinelli che faceva tre esempi di psicoterapia, uno era un esempio di un colloquio solo, in una camminata tra Freud e Mahler. In questo singolo colloquio Freud aiuta Mahler ad affrontare un problema di natura sessuale. All'estremo opposto c'è l'analisi che è infinita, la gold standard che tende ad essere almeno 5 volte alla settimana per un tempo di almeno 7 o 8 anni. Ci sono poi le analisi che vanno avanti appunto verso l'infinito e durano tutta la vita. Questi sono estremi, ma non trovo neanche questo tipo di terapia una aberrazione; le vedo come il tempo necessario per quella coppia a produrre una evoluzione.

Quindi, oltre a un discorso formale, che riguarda le regole del setting, mi sento di definire psicoterapia anche il gesto psicoterapeutico della prescrizione del farmaco, perché dipende da come viene prescritto quel farmaco. Se una prescrizione è solamente riferita a un manuale e quindi alla presenza/assenza di sintomi non si sta facendo terapia; se è una prescrizione farmacologica basata sulla relazione e quindi su una capacità dello psichiatra di ascoltare il proprio paziente, di mettersi nei suoi panni, di intuire la dinamica di quel paziente, allora quella prescrizione farmacologica è un atto pscioterapeutico. Questa non è una risposta precisa, ma forse è l'unica risposta che mi sembra sensato dare.

Quali sono, se ci sono, le principali differenze tra la psicoterapia nel pubblico e nel privato?

Certo che ci sono delle differenze, di cui credo che la più importante riguardi il contesto. Quello che un sociologo francese chiamava habitus, che è tutto l'insieme di stratificazioni culturali ed emotive; di tutte le credenze presenti in quello specifico luogo. Nel pubblico tutto ciò si avverte in maniera molto chiara. Siamo seduti in un ospedale, girano camici bianchi, ci sono corpi malati, c'è una cultura dell'ospedale, una storia di questo ospedale, una storia di questo centro. Io credo che tutto ciò abbia un peso nella mente dello psicoterapeuta e nella mente del paziente che si incontrano proprio qui e non altrove. L'incontro sarà inevitabilmente diverso da quello, ad esempio, di uno studio privato. E' questa l'iniziale differenza.

Un'altra differenza è che il pubblico produce qualche cosa che io definirei il controllo, che può essere una parola terribile, ma anche una parola molto sana. Con controllo per esempio intendo quanto a mio avviso sia giusto e importante timbrare il cartellino: una cosa a volte fastidiosa, ma molto democratica. Nel pubblico abbiamo dei riferimenti standard, ci sono una serie di procedure, bisogna fare un'impegnativa, e ciò costituisce una garanzia per i pazienti. Nel privato tutto ciò è affidato alla morale del curante, che ovviamente dovrebbe avere un'etica professionale, ma che è comunque meno strutturato. Io credo, quindi, che questo controllo, che può avere un'accezione molto negativa, possa essere invece molto rassicurare per l'utente che sa di avere a che fare con una figura professionale che agisce entro certi limiti, che dipendono dalla struttura in cui è inserito. Possiamo dire forse che questo possa costituire anche un limite della libertà di pensiero del curante, ma penso che questo dipenda molto da chi abita quella struttura, pubblica o privata. Le differenze quindi esistono, ma naturalmente sono molto variabili in base alla figura dello psicoterapeuta.

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Marco Riva.

Laureato in medicina e chirurgia, specialista in psichiatria e psicoterapia. Coordinatore del Centro per la ricerca e la terapia dell’ansia e della depressione e dell’Ambulatorio di Psiconcologia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Psichiatra dell’ABA di Milano per la terapia dei disturbi della condotta alimentare. Tutor di tirocinio per varie scuole di psicoterapia. Si occupa di psicoterapia psicoanalitica, di psiconcologia e di psicopatologia nella contemporaneità presso lo “Studio 12” di Milano. E’ autore di oltre 30 pubblicazioni pertinenti alla psicopatologia. E’ autore di audiovisivi su argomenti psicoanalitici quali: “Ricordare, ripetere e rielaborare” (2002), “Around Bion” (2004), “Around the end” (2008), “45” (2009). È iscritto all’Ordine dei Medici e Chirurghi di Milano (No. 03/21387) e all’Elenco degli Psicoterapeuti.

 

 

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Quali sono le principali realtà pubbliche a cui le persone possono rivolgersi per richiedere un colloquio psicologico (consultori, ospedali, etc.)?