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DentroUnQuadro Intervista a Elena Ariosto su #psicologia #alimentazione #peso #disagio //www.dentrounquadro.it/interviste/intervista-a-elena-ariosto

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Perché è importante che la pratica di intervento sia scientificamente fondata?

Intervista a Giorgio Rezzonico a cura di Serena Basile

La psicologia è una scienza?

Diciamo che la psicologia si situa al confine tra le scienze esatte (pensiamo alla biologia o al modello di medicina sperimentale di Claude Bernard) e le scienze umanistiche (la letteratura, ad esempio). In alcuni casi ricorre a una metodologia da scienza esatta, cioè quando partendo da conoscenze scientifiche vengono formulate ipotesi su cui è possibile avere riscontri chiari. In altri casi, purtroppo, mi è capitato di assistere all’esposizione di ricerche totalmente fondate sul senso comune o su idee neppure minimamente collocabili all’interno di un paradigma scientifico.
Una volta ho sentito dire presso una scuola di psicoterapia riconosciuta: “Il trattamento della bulimia si avvale della tecnica di salire le scale”… Premesso che un’ipotesi di questo tipo è ovviamente sottoponibile a studi sperimentali, di fatto questi consigli sono veramente liberi pensieri, non c’è nessun sapere scientifico alla base di quest’idea.
Senza dubbio il tema della scientificità della psicologia è delicato e complesso.
Il punto è che qualsiasi teoria, per poter essere definita scientifica, deve poter essere dimostrata.
Faccio un esempio: dire “oggi può piovere o no” non è una teoria scientifica, invece “oggi piove” sì, perché è possibile darne una dimostrazione.
Nella psicologia però non è così semplice: ci sono teorie che possono essere dimostrate (cioè falsificabili), altre  possono esserlo solo potenzialmente, altre ancora addirittura devono abbandonare il modello sperimentale, pena l’esclusione di variabili che per definizione non possono essere rese controllabili.

Può farci qualche esempio?

Beh, prendi tutte quelle ricerche che hanno consentito lo sviluppo di tecniche per il trattamento dei disturbi d’ansia o della depressione: si tratta di ricerche rigorose, condotte su gruppi di pazienti e al contempo su gruppi di persone che non soffrivano di questi disturbi, così da poter capire gli effetti delle tecniche sui sintomi mettendo a confronto pazienti e non. Questo ha dato luogo negli anni a una  produzione scientifica di tecniche che vengono via via applicate, modificate, ampliate.
Ma il punto è che le persone non sono solo il disturbo che lamentano.
Spesso il disturbo investe talmente tanto la persona – in termini di emozioni, di pensieri, di sensazioni – che lavorare solo sugli aspetti superficiali, visibili (ad esempio un comportamento, oppure un sintomo), significa perdere di vista l’interezza e la complessità della persona, focalizzando l’azione sull’eliminazione di quanto si vede ma non di quanto ne è causa e continuerà presumibilmente ad esserne causa anche nel futuro.
Il metodo sperimentale tralascia l’altra faccia della luna, la dimensione soggettiva dell’esperienza. Sta qui la complessità del tema della scientificità della psicologia!
Il metodo sperimentale permette di rispondere a quesiti che riducono l’oggetto di indagine in un insieme di aspetti limitato e circoscritto. Ma tutto quello che ha a che fare ad esempio con i significati, con il cambiamento della persona in quello che pensa e in quello che sente… qui entrano in gioco degli aspetti che è difficilissimo circoscrivere, perché si rischia di perdere la complessità dell’uomo.
E allora si possono fare ricerche che prevedono l’osservazione delle persone in contesti non sperimentali, ad esempio etologici, ricorrendo a una metodologia qualitativa. Sono ricerche che si collocano comunque all’interno di paradigmi scientifici, anche se la complessità dell’oggetto di osservazione non consente – se non con il tempo e con progressivi aggiustamenti – risposte appunto quantitative in senso classico, ma solamente e nuovamente ipotesi.
Pensiamo al tema dell’intuizione, ad esempio: oggi cosa accada nella mente di una persona che ha un’intuizione non è dato saperlo, ma magari in futuro, anche grazie ai progressi delle neuroscienze…

Lavorare come psicologi e psicoterapeuti ponendo al centro la relazione terapeutica prima di qualunque tecnica significa operare all’interno di un paradigma scientifico?

Sì, se la relazione terapeutica si fonda su un operare basato su una serie di conoscenze scientifiche. E’ chiaro che i margini di manovra del terapeuta sono abbastanza ampi, ma in quest’ottica hanno e devono avere una polarizzazione verso elementi con aspetti di concretezza e di validità scientifica. In psicologia ci si muove fra Scilla e Cariddi: fra conoscenze con alta scientificità – che significa fondate su un forte riduzionismo… come se il paziente fosse una specie di androide di cui si percepiscono solo alcune cose e si opera solo su quelle – e conoscenze legate alla soggettività, dove può accadere di tutto a seconda della chiave di lettura che terapeuta e paziente ne danno.
Grazie al cielo, la relazione terapeutica può e deve essere un’esperienza che dà riscontri costanti, che non sono solo i comportamenti ma anche la condivisione di significati, l’empatia, il come ci si sente insieme quando si lavora sulle problematiche del paziente… E’ una relazione dove la libertà di sentire l’altro, che anche il terapeuta prova, viene guidata da un retroterra di conoscenze scientifiche che richiedono al terapeuta di usare se stesso come strumento per aiutare il paziente proprio attraverso l’esperienza di relazione a perseguire il suo obiettivo di benessere.
Questo è un modo per usare la scienza senza dimenticare al contempo l’altra faccia della Luna.

giorgio-rezzonico

Giorgio Rezzonico.

Psicologo e psichiatra, è professore straordinario di Psicologia clinica presso la Facoltà di medicina dell’Università di Milano Bicocca. Past President e didatta SITCC, è presidente dell’Accademia per le scienze cognitive e direttore della rivista “Quaderni di psicoterapia cognitiva”. Direttore delle Scuole di psicoterapia cognitiva di Como e Torino, è presidente del comitato scientifico del progetto “Il Volo”, per la prevenzione del disagio giovanile, la terapia e la riabilitazione delle persone con diagnosi da Disturbo Borderline di Personalità. Responsabile scientifico dell'Associazione Progetto Panda Onlus. Ha curato insieme a Luigi Pintus il volume “I percorsi della riabilitazione”; con Furio Lambruschi “La psicoterapia cognitiva nel percorso pubblico”; con Saverio Ruberti “L’attaccamento nel lavoro clinico e sociale”; insieme a Davide Liccione “Sogni e psicoterapia: l’uso del materiale onirico in psicoterapia cognitiva”.