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DentroUnQuadro Intervista a Elena Ariosto su #psicologia #alimentazione #peso #disagio //www.dentrounquadro.it/interviste/intervista-a-elena-ariosto

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“Se ti faccio preoccupare, ti occupi di me?”

Intervista a Furio Lambruschi, a cura di Laura Ravanelli

Oggi, sempre più bambini manifestano il loro disagio attraverso comportamenti aggressivi, iperatttività o manifestazioni corporee (mal di testa o mal di pancia). Come si possono spiegare queste manifestazioni? E quale significato possiamo attribuirgli?

Le manifestazioni sintomatologiche dell’età evolutiva, sono raggruppabili in due grandi categorie: i disturbi cosiddetti esternalizzanti, riconducibili all’area comportamentale (disturbi della condotta, da deficit di attenzione e iperattività, etc…) in cui le aree emozionali critiche dei bambini sono espresse verso l’esterno; e quelli cosiddetti internalizzanti, che afferiscono invece alla dimensione più emotiva come ad esempio i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, o i disturbi somatoformi in cui, attraverso il corpo, i bambini manifestano ciò che non riescono ad esprimere a parole. La Psicopatologia dello Sviluppo evidenzia come la determinazione di tali manifestazioni di disagio infantile sia sempre legata a più fattori (multifattorialità): i fattori neurobiologici, cioè gli aspetti genetici, costituzionali, temperamentali presenti alla nascita; gli eventi critici di vita (traumi, lutti, etc.) e infine, fattore di grande rilievo, la funzione genitoriale, che a sua volta comprende: le competenze di tipo educativo (interiorizzazione regole educative e sociali) e quelle di tipo affettivo. Da questo punto di vista, i sintomi rappresentano delle strategie relazionali particolarmente efficaci, perché gestite prevalentemente in termini taciti, sensomotori ed emotivi, più che cognitivi ed espliciti. Il bambino, attraverso il continuo feedback del genitore, apprende “tacitamente” quali “mezzi” utilizzare per mantenere con lui un adeguato stato relazione, in particolare in quei momenti in cui può avvertire timori o minacce in tal senso. Quindi, se osservati all’interno della relazione d’attaccamento bambino-genitore, quei comportamenti sintomatologici che apparentemente potrebbero apparire atipici e strani, diventano in realtà straordinariamente “intelligenti” e intelligibili.

Quando decidono di rivolgersi a un professionista, può accadere che i genitori abbiano dei vissuti di inadeguatezza, legati al “sentirsi genitori sbagliati” o “cattivi genitori”. Se c’è, quale può essere il loro contributo all’interno di un percorso terapeutico?

Nella mia esperienza, i sentimenti di colpa, d’incapacità o il timore di giudizio sono onnipresenti e quasi inevitabili nei genitori, nell’ambito della consultazione psicologica per l’infanzia. Molto spesso, i genitori vengono in consultazione chiedendo semplicemente al terapeuta consigli di carattere educativo; oppure tendono ad attribuire il comportamento problematico del proprio figlio principalmente a cause esterne (ad esempio, l’essere sgridati dall’insegnante). Il nostro ruolo sarà quello di aiutare il genitore a riformulare il comportamento sintomatologico del bambino in termini interni, relazionali e affettivi. I genitori sono posti al centro del processo terapeutico e sono considerati i massimi esperti del bambino. Terapeuta e genitori lavorano insieme per comprendere il significato affettivo del comportamento del bambino e quindi per modulare il loro comportamento nei suoi confronti in modo diverso. I genitori sono, inoltre, invitati ad esplorare le loro aree emozionali critiche, le immagini, i pensieri che, nel caso ad esempio di un disturbo della condotta, non consentono loro di essere sufficientemente “autorevoli” e di esprimere un comportamento contenitivo verso il loro figlio. Sono emozioni critiche che hanno a che fare con la loro stessa storia d’attaccamento e che li spingono ad esprimere comportamenti involontariamente collusivi col comportamento oppositivo del bambino. Fintanto che il genitore non sarà messo in grado di cogliere tali connessioni, farà fatica a mettere in atto comportamenti nuovi verso il proprio figlio.

Che cosa può aiutare i genitori a cogliere i primi segnali di un eventuale disagio dei figli?

E’ una domanda difficile, sia perché dal punto di vista scientifico nessun indicatore, di per sè, può essere inteso come un segnale di rischio sufficiente; sia perché, com’è noto, suggerire alcuni indicatori di rischio finisce spesso per alimentare allarmismi, oppure per indurre i genitori a comportarsi in maniera artificiosa e poco autentica nei confronti dei propri figli. Alcuni comportamenti, che sono fisiologici in alcune fasi evolutive, come ad esempio il “no” del bambino intorno ai due anni o la paura del buio in età prescolare, non necessariamente preludono a un disturbo oppositivo provocatorio o a un disturbo d’ansia. Di maggior rilievo, invece, è che il genitore impari ad osservare le modalità di regolazione emotiva del proprio figlio, il modo in cui è in grado di riconoscere, nominare e condividere le proprie emozioni, ad esempio quando è addolorato di qualcosa, quando è triste, stressato, arrabbiato o ammalato; se è portato ad attenuarle e a regolarle internamente, in modo autonomo, o viceversa ad amplificarle e ad utilizzarle esternamente per appesantire lo stato di relazione con l’adulto. E’ l’equilibrio/disequilibrio in questi processi che fa la salute o la patologia nei nostri figli. Ma è altrettanto importante che i genitori imparino ad osservare sè stessi, le emozioni e gli stati interni che suscitano in loro i comportamenti del figlio: ad esempio quando piange e si oppone perché non vuole mangiare o vestirsi. Sono questi vissuti interni (e gli agiti che ne conseguono) che possono contribuire, al di là delle nostre intenzioni esplicite, a rinforzare un comportamento atipico del bambino.

bruno-bara

Furio Lambruschi. Psicologo, Psicoterapeuta presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria e Psicologia dell’Infanzia e dell’Adolescenza della AUSL di Cesena e presso il Centro di Terapia Cognitiva di Forlì di cui è anche consulente scientifico e supervisore. Direttore e docente della Scuola Bolognese di Psicoterapia Cognitiva, ad indirizzo Costruttivista ed Evolutivo. Didatta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva. Docente in varie Scuole italiane di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva. È autore di numerose pubblicazioni nel campo della psicologia e psicopatologia dello sviluppo e della teoria dell’attaccamento nelle sue implicazioni cliniche, tra le quali: Lambruschi F. (a cura di), Psicoterapia Cognitiva dell’età evolutiva: procedure d’assessment e strategie psicoterapeutiche, Bollati Boringhieri Editore, 2004-2014; Fara G., Lambruschi F., Lo spirito del riso: saggio sull’umorismo, ed. Libreria Cortina, 1987; Rezzonico G., Lambruschi F. (a cura di), Psicoterapia Cognitiva nel Servizio Pubblico, Franco Angeli, Milano, 1996; Lambruschi F., Muratori P. (a cura di), Psicopatologia e Psicoterapia dei Disturbi della Condotta, Carocci Editore, 2013.