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Mindfulness: perché praticarla?

Intervista a Carolina Traverso a cura di Monica Barzaghi

Meditare è alla portata di chiunque?

No. Dipende dall’intensità. Se una persona è molto sofferente non è necessariamente una buona idea avvicinarsi in modo intensivo ad una pratica che potrebbe inizialmente amplificarne il dolore senza che abbia già sviluppato gli strumenti adatti a farvi fronte. Basti osservare che, anche quando stiamo bene, se non abbiamo mai meditato prima, anche solo venti minuti di meditazione potrebbero sembrarci la cosa più difficile del mondo; la nostra abitudine alla distrazione è fortemente radicata e l’esperienza del prenderne atto per la prima volta non è necessariamente piacevole. Credo che l’aspetto più importante sia la gradualità e la gentilezza con cui si pratica, che è proprio lo spirito della mindfulness. Nei casi di intensa sofferenza potrebbe quindi essere una scelta più saggia iniziare una buona psicoterapia che permetta innanzitutto di ristabilire un discreto stato di compenso. Poi, una volta che la persona sta un po’ meglio, un avvicinamento progressivo alla pratica meditativa potrebbe essere allora di grande sostegno sia a lei, sia al lavoro che continuerà a fare con il suo terapeuta. E’ comunque di fondamentale importanza chiarire che mindfulness non è solo meditazione formale, ma è un modo di stare con le cose che per essere autenticamente tale deve potere essere coltivato anche negli altri momenti della nostra vita, attraverso il portare un’attenzione curiosa e gentile verso tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità, da come beviamo un bicchiere d’acqua a come ci relazioniamo con le gioie e i dolori che attraversano continuamente l’esperienza di tutti noi passando per le intenzioni con cui ci svegliamo la mattina.

La mindfulness sostituisce la psicoterapia?

La mindfulness non è una cura ma una pratica che ha un forte potere trasformativo e che, permettendoci di coltivare la saggezza e la compassione, può sostenerci in ogni ambito, incluso un lavoro psicoterapeutico. Praticare mindfulness ci permette infatti di comprendere meglio le relazioni che ci sono fra la mente, il corpo e l’ambiente in cui siamo immersi e di osservare le nostre reazioni abituali, anche quelle che meno ci piacciono o che più ci fanno paura, con coraggio e con gentilezza senza trarre conclusioni affrettate e permettendoci nel tempo di lasciarle andare in favore di risposte più sagge. Per questo un paziente più mindful è un paziente che in psicoterapia lavora meglio: ha una visione più chiara di ciò che gli accade ed è maggiormente capace di aprirsi all’ascolto di sé e dell’altro. Mi capita sempre più spesso che durante colloqui individuali o lavori di gruppo le persone dicano: “Però mi rendo conto che anche la mia psicoterapia va meglio; sono in psicoterapia da diverso tempo ma adesso che pratico mindfulness vedo le cose in un modo più chiaro”. La mindfulness andrebbe dunque vista non come un’alternativa alla psicoterapia, ma come una sua possibile e utile integrazione, di cui possono beneficiare sia il paziente che il terapeuta, partendo dalla considerazione che la mindfulness è un lavoro prevalentemente di processo e osservazione, mentre la psicoterapia lavora invece prevalentemente sui contenuti. Si tratta di una pratica che, permettendoci di guardare le nostre convinzioni più radicate e l’impronta che hanno sulla nostra vita, ci aiuta ad attraversare con più leggerezza i nostri drammi emotivi senza perdere in profondità. E poi, quando iniziamo a intravedere che non siamo né le parti di noi che ci piacciono, né quelle che non ci piacciono, ma qualcosa di più vasto che può contenerle entrambe, possiamo attraversare la vita con maggiore fiducia anche nei momenti di grande incertezza, come quello che su scala più vasta di quella personale molti di noi stanno attraversando.

La mindfulness può essere considerata la panacea di tutti i mali?

Credo che tutti prima o poi capiti di pensare che sarebbe bello trovarla, ma praticare mindfulness insegna proprio a stare con tutto quello che c’è in un dato momento, a essere pienamente presenti alle nostre vite, non solo alla bellezza delle rose ma anche al loro decadimento. Mindfulness non è semplicemente un modo per stare meglio, ma è un modo per stare con tutto ciò che la vita ci presenta facendo l’esperienza diretta di come funziona la nostra mente e di come una mente mal governata può aumentare la nostra infelicità talora in modo esponenziale. Va comunque detto che la crescente diffusione della mindfulness in diversi settori della società e della medicina occidentali, unita ai risultati della ricerca scientifica, in particolare nell’ambito delle neuroscienze, indicano che si tratta di una pratica la cui portata trasformativa va ben oltre quello che alcuni considerano una moda passeggera: praticare mindfulness influisce letteralmente sul funzionamento e sulla struttura del nostro cervello e sul nostro sistema immunitario, il che non è sorprendente se siamo disposti ad accettare il fatto che il corpo vive tutto ciò che la mente pensa. Come esattamente tutto questo accada, ovvero quali sono i meccanismi corticali e subcorticali della mindfulness, e i meccanismi psiconeuroimmunologici che influiscono sulla nostra salute globale, non è ancora del tutto chiaro ed è attualmente oggetto di un crescente numero di indagini scientifiche. Sembrerebbe che la mindfulness, attraverso un maggiore ascolto delle sensazioni del corpo e l’invito ad osservare senza categorizzare, analizzare e giudicare, permetta di bilanciare la nostra tendenza a interpretare, a volte erroneamente, ciò che accade. In questo modo, invece che seguire l’abitudine della mente a comparare il presente con un’idea astratta di come le cose potrebbero o dovrebbero essere, possiamo aprirci alla possibilità di apprezzarlo così come è e questo favorisce un maggior senso di connessione non solo con noi stessi, ma anche con le cose e le persone che ci circondano.

Quali sono i limiti della mindfulness, se ce ne sono?

Credo che i limiti più importanti della mindfulness abbiano a che vedere con i suoi fraintendimenti, cioè con un uso inconsapevole della pratica per mascherare a noi stessi e agli altri ciò che ci fa paura guardare: le nostre incertezze, le nostre vulnerabilità, i lati di noi che non ci piacciono, i nostri convincimenti più radicati che a volte finiamo per far coincidere, senza nemmeno accorgercene, con la nostra stessa identità e a cui potremmo essere costretti a rinunciare una volta che ci accorgiamo che non sono poi così veri. E’ un processo che può essere molto liberatorio ma che inizialmente può anche lasciarci disorientati, ed è per questo che procedere con gentilezza e gradualità è fondamentale, così come è essenziale affidarsi ad un buon maestro e potere condividere la propria esperienza con altre persone che praticano. Se decidiamo di avvicinarci alla mindfulness, ma anche se meditiamo da tempo, può essere una buona idea ogni tanto fermarci ad osservare quali sono le motivazioni che ci spingono a praticare, magari parlarne con il nostro maestro e, se stiamo facendo un percorso psicoterapeutico, è anche nella relazione con il nostro terapeuta che potremmo trovare alcune delle risposte. E un’ultima cosa: mindfulness non è una bella teoria su come essere felici, ma una pratica per incontrare consapevolmente, con coraggio e con gentilezza e al meglio delle nostre possibilità, tutto ciò che la vita ci presenta. Se vogliamo trarne beneficio, la regolarità e la costanza nel tempo sono fondamentali.

 

 

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Carolina Traverso.

Psicologa e psicoterapeuta di orientamento cognitivo-costruttivista, si è formata all’insegnamento della mindfulness con Jon Kabat-Zinn e la sua équipe di collaboratori presso il Center for Mindfulness della University of Massachusetts Medical School. Nata nel 1974 in Africa da madre belga e padre italiano, ha vissuto i primi tre anni di vita fra la Costa D’Avorio, l’Iran, il Belgio e l’Italia, per poi trascorrere l’infanzia e l’adolescenza in provincia di Milano. Dopo la Laurea in Psicologia conseguita all’Università di Torino, si è trasferita a Londra dove ha lavorato per quattro anni come ricercatrice presso The Anna Freud Center, in collaborazione con University College London. Le esperienze londinesi sono poi sfociate in un viaggio solitario di nove mesi in India e nel Sud-est asiatico. Rientrata in Italia nel 2004, ha lavorato in un reparto psichiatrico presso la Casa di Cura “Le Betulle” e in studio privato a Milano sino al 2012, momento in cui ha deciso di dare vita a “Semplicemente Spazio” (www.semplicementemindfulness.com), partendo dalla consapevolezza che la passione per l’attività di psicoterapeuta e di insegnante di mindfulness meritavano tutta la sua attenzione e un unico luogo che potesse ospitarle e creare occasioni di scambio, sostegno e condivisione secondo lo spirito che caratterizza la mindfulness.