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DentroUnQuadro Intervista a Elena Ariosto su #psicologia #alimentazione #peso #disagio //www.dentrounquadro.it/interviste/intervista-a-elena-ariosto

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Perché non è possibile prevedere la durata di un percorso finalizzato a un cambiamento profondo?

Intervista a Bruno G. Bara a cura della Dr.ssa Alessandra Catania

Cos’è un cambiamento profondo?

Chiamiamo cambiamento profondo un cambiamento che attraversa tutti i livelli dell'essere umano, quindi: il corpo, le emozioni e il pensiero, modificandoli coerentemente. Se non vengono coinvolti tutti e tre questi aspetti si parlerà di cambiamento "non stabilizzato". Ciò non significa che non avvenga nulla, ma si tratta di un cambiamento legato solo alle azioni del corpo e che difficilmente sarà in grado di reggere un eventuale successivo sbilanciamento emotivo.
Un'altra caratteristica del cambiamento profondo è la metacognizione, cioè il fatto che la persona sia consapevole che alcuni tratti della sua personalità si siano modificati in  senso positivo. La persona si ricorda com'era prima, è consapevole di come è adesso e riconosce di essere cambiata. L'assenza di consapevolezza rispetto al  cambiamento porta a ridurre la durata dei suoi benefici.
Se il cambiamento è "profondo" abbiamo più garanzie che regga rispetto agli eventi del mondo, che ci sono sempre e comunque, mentre il cambiamento "non stabilizzato” può reggere solo a patto che il mondo sia molto gentile con la persona  e che non la ponga mai in difficoltà rispetto ai suoi punti critici e alle sue zone di sofferenza.

Intende dire che un cambiamento "superficiale" può risolvere uno stato di malessere psicologico ma solo temporaneamente?

Quando va bene un cambiamento "superficiale" permette di risolvere il problema, ma il punto è che noi non vogliamo risolvere il problema, noi vogliamo "scioglierlo" così che non si presenti più.
Ad esempio un fobico che non riesce più ad evitare le situazioni che lo spaventano può andare incontro a un attacco di panico e richiedere una terapia. Un cambiamento superficiale può benissimo aiutarlo a ripristinare una modalità efficace di gestione dell'evitamento. Il rischio però è che il panico si ripresenti con modalità appena modificate in un altro contesto in cui, di nuovo, entrano in gioco le dimensioni strutturali di "forza - debolezza" o "sicurezza - libertà" che il paziente non ha affrontato nella prima terapia indagandole a tutti i livelli, corpo-emozioni-pensieri. E’ solo quando si diventa consapevoli del proprio funzionamento che si elimina il problema.

Spesso però i pazienti sentono l’urgenza di risolvere il problema che si presenta nel presente e in poco tempo. Perché dovrebbero scegliere un percorso finalizzato a un cambiamento "profondo", dunque più lungo?

Perché hanno abbastanza affetto per se stessi da concederselo.
Che differenza c’è tra prendere il cortisone o andare a fare ginnastica quando ci fa male un ginocchio? Il cortisone ti risolve il problema a costi bassissimi e tempi velocissimi, ma l’abuso di cortisone non fa bene all’organismo e la giuntura rimane comunque non funzionante. Fare attività fisica, invece, per quanto più faticoso e per quanto richieda più tempo per produrre effetti, produce risultati maggiori e più duraturi. Nel caso della terapia, vale lo stesso principio. Se dai valore alla tua salute psichica, il cambiamento superficiale è come il cortisone: tampona, ma non scioglie. L’urgenza del paziente nell’ottenere dei risultati fa parte delle cose che il terapeuta deve cogliere e accettare, senza lasciarsi influenzare. Più il terapeuta è inesperto, più pensa che l’urgenza del paziente sia un dato di realtà e non un dato soggettivo. L’urgenza è invece un dato soggettivo. Probabilmente se il paziente è un adulto di 30 anni, il problema che lamenta sta maturando come minimo da 24 anni. Ad occhio, ci vogliono minimo dodici mesi e non dodici giorni per cominciare a vedere dei risultati. Con questo non intendo dire che un percorso breve non possa avere senso. Anzi: meglio fare anche solo due sedute piuttosto che nessuna. Due sedute possono aiutare il paziente a capire qualche aspetto di sé e a gestirsi meglio nei mesi successivi.

E’ possibile prevedere il tempo necessario per un cambiamento profondo nel paziente?

No, non credo sia possibile! Dipende dalla persona, da come è strutturata e dalla misura in cui il suo funzionamento si fonda su un’integrazione fra sensazioni del corpo, emozioni e pensieri. E’ sufficiente che ci siano screzi di disorganizzazione perché il cambiamento diventi molto più difficile da ottenere e siano necessari anche anni di lavoro. Persone apparentemente molto in crisi, però strutturate in modo solido, possono giovarsi di interventi molto più veloci, cioè venti – venticinque sedute. Percorsi più brevi mi sembrano impossibili. Ad esempio io di solito applico la cadenza settimanale per i primi mesi, poi se la persona sta abbastanza bene, ma non troppo, passiamo a vederci ogni quindici giorni, anche per anni. Così è meno impegnativo per la persona sia soggettivamente che economicamente. Ma non credo sia possibile usare un unico criterio uguale per tutti! A chi viene da me, senza vincoli di alcun tipo, io indico cento sedute come tempo di agio per avere dei cambiamenti che, considerando le cadenze quindicinali e le vacanze, sono traducibili in tre anni di terapia. Questo mi permette di vedere la persona in azione in un tempo soggettivamente e oggettivamente più lungo.

bruno-bara

Bruno G. Bara è medico specialista in Psicologia clinica e psicoterapeuta. Professore ordinario di Psicologia all’Università di Torino, dove dirige il Centro di ricerca in Scienza cognitiva. Direttore scientifico della Scuola di Formazione in Psicoterapia Cognitiva di Como e di Torino. Didatta SITCC. Ha pubblicato numerosi articoli sulle principali riviste scientifiche internazionali. Tra le sue pubblicazioni: “Pragmatica cognitiva” (1999), “Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva” (2006) e “Dinamica del cambiamento e del non – cambiamento” (2007). Nel 2012 ha pubblicato “Dimmi come sogni – Interpretazione emotiva dell’esperienza onirica”.